Anni Ottanta, Odissea nello strazio
di Andrea Scanzi
Si celebra Mercury e ritornano i Guns ’N Roses: ma fu vero cult?
Era inevitabile. Prima o poi, l’onda lunga della rivalutazione avrebbe sdoganato anche la musica degli Anni Ottanta. Forse è l’effetto-Tarantino, forse il ciclone Marco Giusti. La nuova frontiera dello stracult è l’esaltazione degli Eighties: le giacche con le spalline, gli scaldamuscoli daltonici di Paolo Canè, le acconciature cotonate degli Europe. Fino a pochi giorni fa, sui canali Fox, andava in onda 80esimo minuto, sorta di Anima mia destinata a deificare il calcio Rai di Paolo Valenti: detto che Tonino Carino lo ricordano tutti con simpatia, è davvero indispensabile idealizzare Luigi Necco?
Enzo Jannacci bollò gli Ottanta come «brutta musica fatta solamente con la batteria» (e con i sintetizzatori a manetta). Si torna a parlare di quei (bassi) tempi con un libro e un disco. Da un lato, Mondadori ha stampato Freddie Mercury, autobiografia postuma del leader dei Queen; dall’altro, la Geffen promette (o minaccia) che l’attesissimo (da chi?) disco dei Guns N’ Roses uscirà entro la fine dell’anno. Il singolo sarà inserito nel costoso videogame Rock Band 2.
La musica leggera è così a corto di idee che qualsiasi reunion fa notizia, da quelle storiche (Police, Eagles) a quelle effimere (i Guns N’Roses, appunto). Gli Anni Ottanta sono stati uno sterminato buco nero. Si sono salvati in pochissimi: navigati artisti che seppero indovinare il giusto azzardo (Peter Gabriel, Paul Simon, Fabrizio De André, Ivano Fossati), band al loro apice (U2), genietti altezzosi ma al contempo vividi (Prince).
Per il resto, è stata un’età funestata da suoni pomposi, in bilico tra reaganismo e paninarismo (Duran Duran, Spandau Ballet). Ogni tanto nasceva un mezzo fenomeno, tipo Terence Trent D’Arby, faceva un disco come si deve e poi evaporava in un imprecisato nowhere, rinascendo magari sotto mentite spoglie (Sananda Maitreya).
E poi c’erano i Guns N’ Roses, le meteore più rumorose e tamarre del rock. A cavallo tra Ottanta e Novanta non eri nessuno se non possedevi il vinile di Gn’R Lies, non pogavi con Paradise City e non ti commuovevi su November Rain. Leader del gruppo era Axl Rose, oggi 46 anni portati molto male: capelli rasta, viso gonfio e look da camionista mistico. Canta ancora come uno stambecco colpito a morte, con gemiti da muezzin afono e gorgheggi improbabili, solo che non lo ascolta quasi più nessuno. L’unico che ha avuto un minimo successo come session man è stato Slash, più famoso per la pettinatura da betulla che per le doti di chitarrista. Del loro nuovo disco, Chinese Democracy, si parla da 15 anni. Uscirà a fine anno, la Geffen ci punta molto. Peccato che i teenager di allora, che vedevano nei G’n’R una sorta di trasgressione esplicita ma a buon mercato, abbiano superato i 30 e di tutto sentano la mancanza fuorché del belare di Axl in Knockin’on Heaven’s Door. Nel decennio della musica magniloquente e senza futuro, l’icona più emblematica fu Freddie Mercury. «L’ispirazione ti colpisce ovunque - si legge nella sua peraltro ben fatta autobiografia - e scombussola la mia vita sessuale». In realtà, l’ispirazione lo colpiva pochissimo. Mercury era uno straordinario animale da palcoscenico, ma non è un caso se un’enciclopedia equidistante come 24mila dischi (Zelig) ridimensioni tutta la produzione dei Queen, salvo qualcosa degli Anni Settanta (compresa l’arcinota Bohemian Rapsody).
Mercury morì di Aids il 24 novembre 1991, a soli 45 anni. Aveva appena inciso il suo testamento, la solenne The show must go on. Nella primavera successiva, fu fatto a Wembley un concerto in suo onore, dal grande successo ma dalla resa musicale scadente. L’unico a salvarsi fu George Michael, con una riuscita cover di Somebody to Love. C’erano anche i G’n’R, Axl Rose indossava una t-shirt con l’immagine di Gesù Cristo e la scritta «Kill Your Idol»: erano tempi così. Di Mercury si cerca ciclicamente l’erede, il più accreditato è il libanese Mika. Tutti hanno pianto con Who wants to live forever, tutti hanno urlato We are the champions, tutti hanno battuto il tempo su We Will Rock You. Riascoltato oggi, suona però tutto irrimediabilmente datato, come se quelle note e quelle icone avessero un senso solo allora, quale barocca e sdolcinata colonna sonora di un’era frivola e ben poco da rimpiangere.
Fonte: lastampa.it